Spoleto rende omaggio al Santo patrono Ponziano

Spoleto rende omaggio al Santo patrono Ponziano Tantissimi fedeli in Duomo. L'omelia dell'Arcivescovo

Spoleto rende omaggio al Santo patrono Ponziano
Tantissimi fedeli in Duomo. L’omelia dell’Arcivescovo

Nel giorno della festa di San Ponziano patrono e dell’archidiocesi intera di Spoleto, – le parole dell’arcivescovo Renato Boccardo, che ha avviato l’omelia –  «Mai come nel giorno di San Ponziano la Basilica Cattedrale diventa la casa di tutti gli spoletini».

La celebrazione officiata, domenica 14 gennaio  davanti a tanti spoletini saliti in Duomo, riempendolo in ogni sua zona. Col Presule hanno concelebrato, il vicario generale don Sem Fioretti e i presbiteri delle tre Pievanie che insistono nel Comune di Spoleto, quella appunto di S. Ponziano, quella di S. Giovanni Paolo II, quella di S. Giacomo e quella di S. Giovanni Battista. Per l’occasione è giunto anche il rettore del Seminario regionale umbro “Pio XI” di Assisi don Francesco Verzini. Il servizio all’altare è stato curato dai seminaristi diocesani e dai ministranti, coordinati dal cerimoniere don Pier Luigi Morlino. La liturgia è stata animata dalla corale diocesana diretta da Mauro Presazzi, con all’organo Angelo Silvio Rosati.

Numerose anche le autorità civili e militari, tra cui: la presidente della Giunta regionale dell’Umbria Donatella Tesei, il vice presidente della Provincia di Perugia Moreno Landrini, il senatore Francesco Zaffini, il sindaco di Spoleto Andrea Sisti, il presidente del Consiglio comunale di Norcia, Pietro Luigi Altavilla.

«Dobbiamo umilmente riconoscere che i meccanismi perversi del tempo che viviamo ci stanno conducendo, quasi inavvertitamente, a rimuovere dal nostro universo l’idea del limite e della fragilità, nonostante che la ancora recente pandemia e la funesta follia delle guerre non cessino di riproporcelo in modo prepotente e tragico. E dunque pensiamo di poter vivere senza affrontare le questioni – è quanto ha espresso Mons. Boccardo – soffermandosi sulla coerenza e sul coraggio mostrati da S. Ponziano.  I fondamenti del perché della vita e della morte, del senso della sofferenza e della capacità di sopportarla, della gioia per la quale l’uomo è fatto, della sua sete di infinito e di bellezza, della sua libertà che va sempre coniugata con la responsabilità; non ci preoccupiamo di capire cosa nasconda il bisogno di prossimità e di leggerezza, di una relazione verace e trasparente e, al tempo stesso, il bisogno di silenzio e di solitudine, senza pròtesi e connessioni; così come non sappiamo scoprire quanto abbiamo in cuore, attenti a ciò che lo può infettare contagiando i rapporti…».

L’invito dell’Arcivescovo ad unire le forze, in un tempo di acque basse per il Paese e il nostro territorio.
La partecipazione delle autorità civili e militari a questo solenne evento ecclesiale ci onora e ci  conferma nel proposito di unire le forze per il servizio delle comunità affidate alle nostre cure». E l’appello di mons. Boccardo è stato quello di ripartire da Dio, ossia «tornare alla verità di noi stessi rinunciando a farci misura di tutto, per riconoscere che Lui soltanto è la misura che non passa, l’áncora che dà fondamento, la ragione ultima per vivere, amare, morire. Vuol dire guardare le cose dall’Alto, vedere il tutto prima della parte, partire dalla sorgente per comprendere il flusso del fiume. Rispetto alle acque basse in cui sembra stagnare oggi la vita civile, sociale, ecclesiale e politica del nostro Paese e del nostro territorio, ripartire da Dio significa trovare senso, slancio, motivazione per non accontentarsi di “passioni tristi”. Inoltre, significa riconoscere di essere nati per osare di più, per andare oltre i limiti delle nostre comodità e dei nostri piccoli traguardi,  – ha concluso l’arcivescovo – per ricercare e costruire il bene, la verità e la pace sempre e comunque».

Omaggio al patrono è stato il gruppo di ottoni “G. Fantini”. Al termine della Messa, i fedeli sono stati accolti in Piazza Duomo da alcuni pezzi musicali eseguiti dalla loggia centrale del Duomo dal gruppo ottoni “G. Fantini” di Spoleto. Una tradizione, che oramai si rinnova da qualche anno grazie alla proficua collaborazione con il Pievano di S. Ponziano don Pier Luigi Morlino.

Omelia per la festa del Santo patrono
Spoleto, Basilica Cattedrale, 14 gennaio 2024
Mai come nel giorno di San Ponziano la Basilica Cattedrale diventa la casa di tutti gli spoletini. Qui accogliamo Gesù e scopriamo che in realtà è Lui ad accogliere noi. Gesù si fa ospite nelle nostre povere vite per ospitarci nel suo cuore. Noi gli abbiamo costruito un edificio magnifico, lui ha costruito per noi un Regno. Noi gli diciamo le nostre parole di ansia e di sofferenza, Lui ci dice la sua parola di pace e di amore. Noi gli offriamo spesso il superfluo e ci ricordiamo di Lui quando siamo in difficoltà, Lui ci dona instancabilmente tutto se stesso, non si stanca di venirci a cercare finché non ci trova o ci aspetta ansioso non per giudicarci ma per avvolgerci con l’abbraccio della sua misericordia. Rivolgo un cordiale benvenuto e un saluto di pace e di benedizione a tutti voi cittadini e amici di Spoleto, che riconoscete nel Patrono un esempio di vita e un intercessore potente. E saluto e ringrazio le Autorità civili e militari, iniziando dalla Signora Presidente della Giunta Regionale: la loro partecipazione a questo solenne evento ecclesiale ci onora e ci conferma nel proposito di unire le forze per il servizio delle comunità affidate alle nostre cure. Abbiamo appena ascoltato parole esigenti: «Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». Rinnegare se stessi non significa denigrare ciò che si è né rifiutarlo, ma rendersi liberi anche da se stessi, liberi da pensieri che a volte ci schiacciano, da logiche chiuse nell’io, da catene che imprigionano. Certo, la croce non affascina nessuno, anzi impaurisce tutti. È Gesù che affascina e suscita il desiderio di seguirlo (cf Gv 1, 35-39). “Comprendere” Gesù – nel senso originario di prenderlo con sé fino a possedere il suo segreto – è possibile solo se la sua vita ci ha “afferrato” e poniamo i nostri passi sui suoi passi, rinnoviamo le sue scelte, preferiamo coloro che lui preferiva, spendiamo la vita per qualcosa che conti più dei nostri interessi. In una parola: chi desidera gustare la gioia che Lui ha promesso, deve camminare per la stessa via che Lui ha percorso. Per questo non fugge dinanzi alle difficoltà e accetta la fatica, sia quella che appartiene alla vita ordinaria che quella imprevista e perciò ancora più gravosa. Siamo posti continuamente dinanzi ad un bivio. Da una parte c’è la strada del “benessere individuale”: tante persone ne fanno la cornice ideale a partire dalla quale compiere tutte le altre scelte. Si tratta però di una dolce e ingannevole illusione: chi s’incammina per questa via prima o poi si troverà vuoto e solo. Non dimentichiamo il severo ammonimento del Vangelo: «Chi vuole salvare la propria vita, la perderà» (Mt 16, 25). C’è, però, anche un’altra strada: chi sceglie il Regno di Dio si impegna a rendere più bella la vita, non solo la sua, ma anche quella degli altri, e accoglie il compito di accompagnare e sostenere il cammino di tutti. È chi vive nella consapevolezza che la vita si guadagna donandola, si ottiene spendendola, si conquista affidandola. Confrontandoci con la coerenza e il coraggio mostrati da Ponziano nel suo martirio, dobbiamo umilmente riconoscere che i meccanismi perversi del tempo che viviamo ci stanno conducendo, quasi inavvertitamente, a rimuovere dal nostro universo l’idea del limite e della fragilità, nonostante che la ancora recente pandemia e la funesta follia delle guerre non cessino di riproporcelo in modo prepotente e tragico. E dunque pensiamo di poter vivere senza affrontare le questioni fondamentali del perché della vita e della morte, del senso della sofferenza e della capacità di sopportarla, della gioia per la quale l’uomo è fatto, della sua sete di infinito e di bellezza, della sua libertà che va sempre coniugata con la responsabilità; non ci preoccupiamo di capire cosa nasconda il bisogno di prossimità e di leggerezza, di una relazione verace e trasparente e, al tempo stesso, il bisogno di silenzio e di solitudine, senza pròtesi e connessioni; così come non sappiamo scoprire quanto abbiamo in cuore, attenti a ciò che lo può infettare contagiando i rapporti…Ma tutto quanto tentiamo senza sosta di rimuovere si ripresenta continuamente sotto forma di domande, inquietudini, nostalgie, riscoperta di qualcosa che sembrava scontato o al contrario eliminato per sempre, esigenze mai prima avvertite, desiderio nuovo di relazioni, ricerca di un fondamento sicuro, capace di dare senso a tutto. Siamo così inevitabilmente ricondotti a noi stessi, per non continuare a mentirci e farci del male, ignorando le domande che contano. È una situazione che può dischiudere un “tempo opportuno”, un’occasione propizia per ritrovare la strada. Ma perché questo sia possibile bisogna in qualche modo ritornare all’origine, alla fonte, entrare nel silenzio e porsi in ascolto di una parola carica di promessa, anche se scomoda e tagliente, come quella che abbiamo ascoltato nella pagina evangelica e che la testimonianza di Ponziano ci ripropone: «Quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?». Accogliamo allora dal nostro Patrono l’invito a “ripartire da Dio” e dalla sua sapienza, come abbiamo ascoltato nella prima lettura (Sir 51, 13-22). Ripartire da Dio vuol dire vivere in prima persona e contagiare altri dell’inquietudine di una ricerca costante del suo Volto (cf Sal 27, 8), vuol dire denunciare la miopia dell’uomo che si contenta degli idoli che si costruisce con le proprie mani e ai quali è disposto a sacrificare anche i beni più preziosi. Perché Dio, che «è più grande del nostro cuore» (1 Gv 3, 20), è nel silenzio che ci turba davanti alla morte e alla fine di ogni grandezza umana, è nel bisogno di giustizia e di amore che ci portiamo dentro, è il Mistero santo che viene a colmare la nostalgia del bello, del buono, del giusto e del vero che abita il nostro intimo. Ripartire da Dio vuol dire tornare alla verità di noi stessi rinunciando a farci misura di tutto, per riconoscere che Lui soltanto è la misura che non passa, l’áncora che dà fondamento, la ragione ultima per vivere, amare, morire. Vuol dire guardare le cose dall’Alto, vedere il tutto prima della parte, partire dalla sorgente per comprendere il flusso del fiume. Rispetto alle acque basse in cui sembra stagnare oggi la vita civile, sociale, ecclesiale e politica del nostro Paese e del nostro territorio, ripartire da Dio significa trovare senso, slancio, motivazione per non accontentarsi di “passioni tristi”; significa riconoscere di essere nati per osare di più, per andare oltre i limiti delle nostre comodità e dei nostri piccoli traguardi, per ricercare e costruire il bene, la verità e la pace sempre e comunque. Ne saremo capaci? Per onorare degnamente il Santo Patrono, sollecito del nostro vero bene, noi vogliamo quest’oggi ancora una volta ascoltare, disponibili e pensosi, il suo appello a “ripartire da Dio”. E beati noi, se sapremo fare tesoro di questa raccomandazione, se la sapremo tradurre in scelte concrete di vita, se sapremo nutrire di questa superiore sapienza il nostro pellegrinaggio nel tempo. San Ponziano cammini con noi, ci sostenga con il suo esempio, ci accompagni con la sua intercessione. E così sia.

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